FUN FACT: LA BANDIERA ARCOBALENO NON È LA BANDIERA DEL PD (E NEMMENO DI AMAZON)
Leggiamo in questi giorni diverse strumentalizzazioni politiche, sia da destra che da sinistra, riguardanti la Bandiera Arcobaleno che il Comune di Padova ha apposto come colorazione del ponte di Corso del Popolo, per richiamare le manifestazioni del Pride: marce e cortei che avvengono in tutto il mondo, ogni anno nel mese di giugno.
Nelle polemiche sui social, l’amministrazione comunale di Padova viene descritta come “centro-sinistra”; inoltre, siccome il centro-sinistra è una delle aree politiche che in sede di Governo si è fatta portatrice di alcune battaglie per i diritti civili, l’arcobaleno viene visto come un simbolo dei partiti ivi posizionati. Infine, c’era una volta la bandiera della Pace, usata nei primi anni 2000 dalla sinistra in svariati ambiti, che però non è la bandiera arcobaleno.
Quindi le destre accusano “il centro-sinistra” di aver reso “partitico” il suolo pubblico; inoltre Fratelli d’Italia afferma che i gay sono ricchi e avvantaggiati dalla società: in quale universo, non è dato sapere.
Da sinistra, invece, si attribuisce alla comunità LGBTQIA+ un posizionamento di centro-sinistra e/o la si accusa di farsi strumentalizzare dai relativi partiti e/o dal neoliberismo. Il tutto sarebbe simboleggiato dalla bandiera rainbow.
NO.
La bandiera arcobaleno è il simbolo del movimento LGBTQIA+. È nata negli USA negli anni ’70, dopo i Moti di Stonewall nel giugno del 1969 (che furono scontri con la Polizia, per chi non lo avesse ancora memorizzato). Fu ideata dall’attivista gay Gilbert Baker, che cucì a mano le strisce di stoffa dei vari colori. Originariamente conteneva anche il fuxia, che poi fu abbandonato perché… la stoffa fuxia costava troppo.
Se una azienda multinazionale usa la nostra bandiera Arcobaleno, quello è rainbow washing (vedi anche pink washing): usare una categoria oppressa, e i suoi simboli, per vendere dei prodotti e/o acquistare popolarità.
Abbiamo visto discussioni che “rinfacciano” le multinazionali a chi lotta contro l’omo-bi-transfobia. Fateci capire: è colpa della comunità LGBTQIA+ se le aziende si comportano così? Il Capitale non è “arcobaleno”, ma ha inglobato (quanto meno di facciata) le persone LGBTQIA+ nel momento stesso in cui sono diventate “legali”. D’altronde, inglobava gli etero già da prima, è solo che gli etero non hanno mai avuto bisogno di una bandiera perché da secoli sono l’unico soggetto umano e politico previsto. Però il capitalismo s’è appropriato di vari simboli specifici di lotta, inclusi quelli di sinistra: vi ricordate le magliette del Che? ma certo non assocereste la sua immagine al Capitalismo.
Magari credete che siamo tutte ricche perché le discoteche gay sono costose… Beh anche le discoteche “regolari” sono costose, ma mica ci andate tutti… La verità è che il sistema capitalistico continua a fare vittime nella nostra comunità: la violenza omo-bi-transfobica colpisce di più le persone LGBTQIA+ povere, con basso livello d’istruzione, e non-bianche. Inoltre le aziende che sono “inclusive verso le minoranze” spesso le relegano a mansioni “adatte a loro” in base a stereotipi; la “inclusività” ne migliora l’immagine (nel caso delle multinazionali queste operazioni di inclusione non vengono infatti intraprese nei Paesi particolarmente omobitransfobici, dove farlo sarebbe un danno d’immagine), e intanto continuano a riservare gli avanzamenti di carriera ad altri. Infine, il fatto che i luoghi sicuri (safe spaces) siano diventati prettamente commerciali, e costosi, è di nuovo il Capitale che ingloba ogni cosa nel momento in cui non è più troppo disdicevole o troppo divisiva per poter essere venduta, e la rende non-accessibile a tutt*.
Se credete che tutta la comunità LGBTQIA+ abbia le stesse posizioni in fatto di economia o di discoteche, state facendo una stramba operazione di “identity politics” “dall’esterno”, che somiglia molto alla discriminazione: è come pensare che tutte le persone afro-discendenti abbiano le stesse posizioni politiche.
Se un partito o una amministrazione sventola la nostra bandiera, è rainbow washing? Dipende: qualche volta lo fa come ally (alleato, sostenitore). Gli ally, per definizione, non fanno parte della comunità LGBTQIA+ ma sono soggetti esterni che supportano la causa o affermano di supportarla. Alle volte lo fanno per davvero, alle volte per comodo, alle volte male. Dovremmo interdire l’uso della bandiera Arcobaleno agli ally? La risposta è dibattuta, ma in generale sarebbe un gesto estremamente autoritario: non ci piace molto. Preferiamo il senso critico, con cui valutare caso per caso.
Una cosa è certa: il movimento LGBTQIA+ non è una lobby, non è un partito, e (speriamo) mai lo sarà. Ogni volta che è stata ventilata la possibilità di un “partito gay”, fortunatamente è naufragata. Perché “fortunatamente”? Perché le persone LGBTQIA+ non hanno tutte le stesse idee politiche. Ok i diritti civili, ma il resto? Economia, diritti sociali, immigrazione… Le posizioni possono essere diverse e persino contrapposte, esattamente come accade per gli etero (incredibile!).
Ce li vedete dei gay ricchi e/o razzisti a “fare lobby” con delle phroce proletarie anti-razziste?
“Ma quindi esistono dei gay ricchi?” Sì. “Ma allora la lobby c’è!”. No: però i gay sono la categoria che viene sempre presa a esempio (quando il fine è negare la discriminazione attribuendo ricchezza e benessere) perché nell’acronimo sono quelli che se la passano meno peggio (se sono bianchi), cioè subiscono sì discriminazioni sul lavoro, ma un po’ meno delle lesbiche, un po’ meno de* bisex, e molto molto meno delle persone trans che, purtroppo, hanno alte probabilità di vivere in condizioni di povertà.
Per tutti questi motivi, noi non possiamo parlare per tutta la comunità LGBTQIA+ e pensiamo che nessun gruppo dovrebbe farlo.
La nostra prospettiva è intersezionale. Ci interessano i diritti civili ma anche i diritti sociali (salario, tutela dei lavorator*), l’anti-razzismo, il trans-femminismo, gli studi queer, la decostruzione del genere e della famiglia nucleare come presunte regole “naturali”. Quindi non ci posizioniamo “col centro-sinistra”: per le politiche economiche (Jobs Act et similia), per quelle sui migranti (legge Turco-Napolitano, accordi Italia-Libia con annessa legge Minniti-Orlando), per la tendenza al familismo.
La bandiera Arcobaleno sul marciapiede, comunque, è una iniziativa utile: noi la volevamo in più punti della città, e più centrali, ma non è stato possibile. Perché è una iniziativa utile?
Non certo perché, come dicono le destre, sia una pubblicità per Lorenzoni o per Zan; può anche darsi che incidentalmente lo sia, si tratta di persone che sono spesso sui giornali; forse FdI ha proprio l’On. Zan in mente quando confonde ripetutamente la manifestazione del Pride (di natura politica, celebrata in tutto il mondo) con il Padova Pride Village, che invece è un luogo di ritrovo LGBT di natura commerciale di cui il deputato è socio di maggioranza; la nostra distanza politica dall’On. Zan è nota, ciò detto non possiamo fare a meno di chiederci se la confusione tra “Pride” e “Village” non venga usata da FdI in modo strumentale per battere il tasto del “privilegio gay” (invece si tratta di privilegio di classe, ma di questo privilegio FdI non parla mai esplicitamente).
Il fatto è questo: la bandiera arcobaleno non appartiene a nessuna singola persona, politico, organizzazione, azienda: appartiene a tutta la comunità LGBTQIA+.
Quel marciapiede arcobaleno richiama l’attenzione su una categoria di persone che certa gente non vorrebbe esistessero. Non è un caso che, sui social, molti utenti schierati con le destre abbinino alle accuse di “propaganda partitica” anche affermazioni omobitrasfobiche. Non è un caso che le destre entrino nel dibattito sulle leggi contro l’omo-bi-transfobia solo per dire che l’omo-bi-transfobia “non esiste”.
Questa costante rimozione si deve al fatto che la vita stessa di una persona non-etero-cis ha un significato politico (che nulla ha a che fare con i partiti, o con le posizioni personali) perché contraddice l’etero-norma. Finché non vedono manifestazioni e arcobaleni, le persone etero-cis-normative possono continuare a vivere come se i phroci non esistessero: trovano disturbante o persino indecoroso vedere un arcobaleno sul marciapiede, perché immediatamente la loro mente va ai phroci, a quel terribile sesso contro-natura che loro aborrono (infatti non sono mancate le battute tipo “non chinarti a raccogliere saponette”), ed a un mondo in cui non è vero che la famiglia è fatta da mamma e papà. Stanno rivendicando il loro diritto a continuare a far finta che noi non esistiamo, perché il solo pensiero li disturba. Hanno terrore di dover riorganizzare il loro sistema morale e di assistere a un cambiamento del modello sociale che al momento li vede egemoni.
Così, mentre a noi davvero non cambia nulla se una persona è etero, se noi siamo phroce cambia eccome.
(nella foto, Sylvia Rivera col famoso cartello “power the people” ad una delle marce che seguirono ai moti di Stonewall)
#rainbowflag #bandieraArcobaleno

