QUALE FAMIGLIA?

Oggi, 15 maggio, è la Giornata Internazionale della Famiglia, una celebrazione istituita nel 1994 dall’ONU, che definisce la famiglia come il “fondamentale gruppo sociale e l’ambiente naturale per lo sviluppo e il benessere di tutti i suoi membri, in particolare i bambini”.

Recentemente, le Nazioni Unite hanno adottato la dicitura “The International Day of Families”, mettendo “famiglie” al plurale per maggiore inclusività, ma in Italia vediamo spesso ancora il singolare.

La nostra Costituzione, all’Articolo 29, riconosce i diritti della famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” (forse è per questo che alcuni esponenti politici di destra affermano che le “famiglie arcobaleno” non sono vere famiglie: benché le “unioni civili” mimino il matrimonio etero-cis, non ne hanno né il nome né la filiazione).

L’Italia tutela le famiglie, ma la crisi del covid-19 ha scoperchiato un vaso di Pandora: le scuole sono state chiuse e lo rimarranno fino al prossimo anno scolastico, e diverse associazioni di famiglie (etero-cis e non) lamentano di non saper come gestire figli e lavoro, tra congedi parentali dimezzati, partite IVA inesistenti, e “bonus baby sitter” insufficienti.
A nessunə sembra venire in mente che sarebbe più comodo gestire tre figli avendo a disposizione più di due adulti accudenti (poli-amore, reti di affetti non-romantici e/o non-sessuali…). Sia lo Stato, sia la maggior parte delle famiglie, continuano a basarsi sul modello della “famiglia naturale” (cioè quella nucleare). Come dimenticare, a tal proposito, la proposta della “Festa della famiglia naturale”, in Veneto e in Lombardia qualche anno fa, pensata da Giunte Regionali di destra per restringere ulteriormente il campo ed escludere esplicitamente le famiglie “arcobaleno” considerate “non-naturali”?

Eppure, il matrimonio ha ben poco di “naturale”. Cannibali e Re fa una buona sintesi delle varie formazioni sociali nel Mondo assimilabili alla famiglia, ispirandosi a Lévi-Strauss:

https://facebook.com/story.php?story_fbid=2896219863829801&id=978674545584352

Esistono poliginia, poliandria, famiglie allargate, in cui il lavoro di cura è equamente distribuito in modo da provvedere a tuttə senza avere carichi eccessivi.

Qualcunə potrebbe obiettare che in tali contesti la figliolanza potrebbe non essere abbastanza separata dagli adulti, magari ricevere informazioni premature sulla sessualità (ricordiamo la morbosa polemica sulla “ideologia gender” e sulla “masturbazione infantile”, quando si parlò di banalissima educazione sessuale nelle scuole), oppure “fare confusione” sulle figure da identificare come genitori, con conseguenze negative.
Ebbene, l’antropologa Margaret Mead, in “Adolescenza in Samoa”, descrive una società che ha una maggior flessibilità nei rapporti di cura, nell’attaccamento, nella educazione, un minor tabù sulla sessualità (oltre all’assenza del concetto di amore esclusivo monogamico) ed ha osservato come tutto ciò comporti l’assenza del “conflitto generazionale” tanto temuto quanto dato per scontato nelle nostre famiglie, oltre ad una miglior distribuzione del lavoro di cura.
Non stiamo dicendo di adottare quel paradigma qui e ora, perché così non funzionerebbe, ma è uno spunto interessante per iniziare a decostruire un modello “scontato” che scontato non è.

Rececentemente, nel decreto del 26 Aprile sulla “crisi covid”, vediamo come il solito modello familista, oltre a non tutelare i figli non-biologici delle famiglie “arcobaleno”, abbia definito “affetti stabili” soltanto le coppie: né chi pratica il poli-amore, né le reti di affetti non-romantici e/o non-sessuali possono “autocertificare” il proprio diritto ad incontrare una o più persone care, perché fuori dal paradigma familista:

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Eppure, le non-monogamie etiche hanno una lunga storia, con risvolti antropologici (Mead per esempio) ma anche politici. In questa ampia review (a fine paragrafo) ci sono diverse analisi sulla natura della famiglia “tradizionale”: ad esempio, da Engels in poi, si nota che le attuali forme di monogamia si originano, storicamente, dalla necessità che le donne badino alla futura classe lavoratrice senza che questo lavoro di cura venga pagato; la gelosia serve a mantenere una dipendenza emotiva e finanziaria, resa gradevole dalla lente rosata del romanticismo, isolando al contempo le donne (le persone) dalla vita politica.

La comunità gay, gender-non-conforming, poi LGBT, aveva un potenziale rivoluzionario (relazioni aperte, reti di relazioni) ma è andato perduto in cambio del riconoscimento, pur giusto, di alcuni diritti e tutele, che però hanno portato ad una inevitabile normalizzazione.

Al momento si è creata una corrente “essenzialista” che tende a vedere le persone come intrinsecamente “monogame” oppure “poliamorose” (“non-monogame”), similmente alle identità sessuali quali omosessuale, eterosessuale. Però, così facendo, si perde la possibilità di criticare e decostruire il modello familista “nucleare” che è, più probabilmente, di natura culturale.

http://oro.open.ac.uk/25639/2/NonmonogamiesRevised.pdf

Cosa ne penserà il Ministero della Famiglia e Disabilità (ribattezzato poi Ministro per le Pari Opportunità e la Famiglia)? L’emergenza covid-19 ha creato non poche difficoltà a chi fornisce cure a persone con disabilità fisica e/o mentale. Il fatto stesso che il ministero sia unico (Famiglia e Disabilità) ci riporta al modello familista, in cui appunto le famiglie si assumono carichi notevoli in assenza dello Stato, o comunque prima e più di esso, che invece dovrebbe fornire personale adeguatamente formato.

Ed è di questi giorni la celebrazione dell’approvazione della Legge Basaglia, importantissima, che ha portato alla chiusura dei manicomi e dei loro orrori; non ha però fornito alternative: si sentono, oggi, racconti di familiari che si fanno carico di persone con disagio psichico da sole, fino al burn-out, descritte come eroi; ma la retorica del sacrificio non è una buona retorica e, di nuovo, quel carico andrebbe meglio distribuito.

Ci piacerebbe che le famiglie, che le reti di relazioni, tutte, potessero “respirare” e – senza contraddizioni ma anzi a loro beneficio – ci piacerebbe far cadere il modello “nucleare” dal piedistallo della “natura”.

Ci piacerebbe che se ne accorgesse anche lo Stato.

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