A Idomeni, tra i dimenticati sulla soglia d’Europa

Appena arrivi a Idomeni la prima cosa che ti colpisce è l’odore di plastica bruciata. La legna scarseggia e per scaldarsi la gente brucia vestiti e oggetti di plastica. Non è chiaro dove inizia e finisce la tendopoli, lungo la strada ci sono diversi agglomerati di tende anche al di fuori del paese, ma è facile intuirne il centro: è dove la linea ferroviaria incontra il confine.

Attorno a quel punto si concentrano i tendoni delle ONG, le piccole attività commerciali improvvisate di fruttivendoli, tabacchini e barbieri, e le code. Code infinite di persone che aspettano di ricevere cibo, di fare una visita medica, di andare nei bagni chimici o di lavarsi con l’acqua fredda. A Idomeni si passa la vita in attesa, in attesa che succeda qualcosa, in attesa che si apra la frontiera. Le camionette della polizia stazionano costantemente davanti al cancello sbarrato e dall’altro lato del vialetto che attraversa le rotaie c’è ogni giorno una protesta, più o meno numerosa, più o meno pacifica. La ferrovia è stata bloccata da un presidio costante di migranti e diverse tende sono montate sulle banchine e lungo i binari.

Idomeni inizialmente era un luogo di passaggio, un abitante della zona ci racconta che i primi rifugiati siriani sono cominciati ad arrivare un anno e mezzo fa, arrivavano in autobus fino a Polykastro, e lì venivano fatti scendere per continuare a piedi per diversi chilometri fino alla frontiera. Molti di loro erano convinti di poter arrivare in Macedonia, avevano pagato il biglietto per quella destinazione e non immaginavano che sarebbero stati bloccati e costretti ad aspettare giorni nella speranza di poter passare, ovviamente dopo ore di coda, in una delle occasioni sempre più rare di apertura del confine. Che pare chiuso definitivamente dopo gli accordi Europa – Turchia del 19 Marzo rendendo l’attesa un’istante interminabile sospeso tra speranza e rassegnazione, ostinazione e volontà di sopravvivenza.

La carovana Overthefortress è approdata a Idomeni poco meno di una settimana dopo questo accordo. E’ un’iniziativa di solidarietà dal basso e di azione politica cresciuta in alcuni mesi attraverso una staffetta di volontari grazie al coordinamento del progetto MeltingPot Europe, dei centri sociali del nord-est, delle Marche e della Puglia, a cui si sono aggiunti gli amici del Baobab, gli studenti di Parma, i siciliani di NoMuos, Welcome Taranto, l’associazione lgbti Antéros, alcune realtà europee e tanti singoli che semplicemente non potevano stare con le mani in mano senza sentirsi complici di un sistema meschino e vergognoso. Abbiamo scelto di compiere il nostro viaggio in traghetto, per ripercorrere uno dei tragitti che molti migranti hanno tentato di attraversare in questi anni.

Arrivati a Idomeni alcuni di noi hanno cominciato a muoversi tra le tende, alcuni distribuendo i primi materiali portati dalla carovana, pannolini e materiale igienico per bambini, altri per intervistare le persone, chiedere di cosa possono avere bisogno e provare a farsi raccontare le loro storie. La prima famiglia in cui mi sono imbattuto fa parte degli Yazidi, una religione diffusa nel nord ovest dell’Iraq e soggetto particolare delle persecuzioni dell’Isis, nonostante parlassero un inglese molto stentato abbiamo provato a conversare e ci hanno invitato subito a entrare nella loro sistemazione, una grande tenda grigia dentro la quale hanno ricreato un po’ di intimità montando piccole tende a due posti. L’ospitalità dei residenti nel campo è spesso disarmante, è difficile iniziare una conversazione senza che si alzino per invitarti a sedere sui loro sedili improvvisati o che condividano con te un po’ del cibo cucinato sui fornelli arrangiati in mezzo alle tende.

Molte persone ci chiedono perché siamo lì. Se siamo venuti ad aprire il confine. Arrivare in così tanti ha creato molte aspettative, e stupidamente alcuni hanno fatto girare la voce che avremmo forzato la frontiera, tanto all’interno del campo che sui media: alcune televisioni greche ci hanno definito “l’armata rossa” forse per via delle nostre pettorine arancioni. E’ duro deludere queste aspettative e raccogliere lo sguardo frustrato di ragazzi, uomini e donne. Era meglio morire sotto le bombe che morire qui senza dignità – ci dicono alcuni – hanno perso molti dei loro cari durante la traversata ma altri stanno morendo qui a causa del freddo, degli allagamenti, delle malattie. Alcuni curdi ci dicono che non possono più comunicare con le loro famiglie rimaste indietro, perché sono saltate le linee. Molti di loro hanno amici o parenti in Germania che li aspettano. Qualsiasi cosa succeda non possono tornare indietro, se non possono andare avanti moriranno qua, non vogliono essere spostati in un altro campo, perché troverebbero comunque tende, cibo scadente e rimarrebbero isolati dal mondo. A loro non interessano altri vestiti, ma poter passare la frontiera, e vivere con dignità.

Gli aiuti per adesso però servono, soprattutto le scarpe, i materiali igienici e i medicinali, ma quando passi in mezzo alle tende offrendo qualcosa rimane sempre un certo imbarazzo ad accettare. La maggior parte di queste persone aveva un lavoro, una casa, alcuni di loro ci raccontano di essere avvocati, medici, ingegneri.

I bambini forse si sono adattati più velocemente alla nuova situazione, non perdono occasione per giocare e regalarti abbracci, sorrisi e marachelle quando ti vedono libero, né per assaltarti e bisticciare quando capiscono che hai qualcosa che gli può interessare. La cosa più rischiosa per la mia incolumità fisica è stato tentare di attraversare il campo con un sacco pieno di giocattoli, per arrivare alle tende più lontane lungo i binari, meno raggiunte dagli aiuti. Non mi ricordo dove sono arrivato, so solo che a un certo punto un bambino è riuscito a bucare il sacco e pochi secondi dopo avevo in mano solo brandelli di plastica.

La seconda giornata i nostri autobus sono stati fermati sul ponte dalla polizia greca in assetto antisommossa, nel frattempo al campo la quotidiana manifestazione si era fatta più movimentata e partecipata del solito. Il blocco è durato diverse ore mentre schieravamo tra noi e gli scudi della polizia il materiale che volevamo portare al campo per palesare le nostre intenzioni. Mai avremmo pensato di fomentare i disordini in una situazione in cui le istituzioni non sembrano aspettare altro che una scusa per sgomberare il campo.

Il giorno prima alcuni operatori dell’UNHCR ci avevano intercettato dicendoci che non dovevamo dire alla gente che si sarebbe aperta la frontiera, cosa per altro mai affermata, ma dovevamo dire loro che la frontiera non sarebbe MAI stata aperta, e che l’unico modo che avevano per sopravvivere era accettare di farsi portare in uno dei campi governativi che si stavano allestendo in Grecia, e che da lì in due o tre mesi sarebbero stati ricollocati in qualche paese europeo. Il nostro team legale ha tentato di visitare uno di quei campi, ma sono chiusi al pubblico e anche ai volontari, intervistando le persone che uscivano da lì ci hanno detto dormono su teli di plastica, non hanno accesso a Internet, possono fare la domanda d’asilo solo tramite una chiamata Skype, ma non si riesce mai a prendere la linea. Le persone non vengono informate sulle procedure della ricollocazione, tanto in questi centri governativi come ad Idomeni le persone non sanno praticamente niente di quello che sta avvenendo sulla loro pelle. Ma molti di loro preferiscono rimanere a Idomeni perché almeno così la loro situazione rimane sotto gli occhi di tutti, volontari, ONG, giornalisti. Mentre in questi centri governativi chiusi al mondo rischiano di essere dimenticati.

A molti operatori di ONG e volontari che sono lì da molto tempo, il nostro intervento può essere sembrato improvvisato, provocatorio e troppo politicizzato. Ma forse il significato più importante nel portare 250 persone, molte per la prima volta, è stato invece proprio la restituzione di un contatto più umano, più individuale, a una solidarietà che in alcuni casi si sta opacizzando sotto la patina dell’abitudine, della professionalità, che rischia di trasformare di nuovo le persone in numeri e di tacere di fronte a scelte politiche disumane di cui siamo tutti responsabili. C’è stata invece l’occasione di allacciare rapporti più personali con i migranti, cercando anche di coinvolgerli e responsabilizzarli nella continuazione di alcune iniziative.

Una di queste si è concretizzata nella nostra ultima mattina in Grecia con l’installazione da parte della nostra equipe tecnica di un gazebo illuminato con un generatore e una rete wi-fi, che permetta di ricaricare i telefoni cellulari e di tenersi in contatto con il mondo. Forse l’aiuto concreto più significativo che abbiamo potuto dare a queste persone, permettendogli di informarsi e di auto organizzarsi finché saranno costretti a rimanere lì e di fare le scelte più opportune per continuare un viaggio sicuro verso una nuova vita.

Nel frattempo il resto della carovana era a Salonicco, in un corteo per denunciare le politiche criminali dell’Unione europea contro i migranti e la complicità di tutti gli Stati membri, alla manifestazione si sono aggiunte diverse realtà greche e anche un gruppo di rifugiati.

Il prossimo appuntamento di #Overthefortress sarà domenica 3 aprile al Brennero, dove i manifestati violeranno il confine su cui il governo austriaco vuole erigere delle barriere per impedire ai migranti di transitare o richiedere asilo.

di Luca Mistrello

scritto per Il Corsaro:
http://www.ilcorsaro.info/altrove-2/a-idomedi-tra-i-dimenticati-sulla-soglia-d-europa.html

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